TV e dispositivi smart sotto attacco? L’IA potrebbe imparare a diffondersi da sola in casa

TV e dispositivi smart sotto attacco? L’IA potrebbe imparare a diffondersi da sola in casa
Intelligenza artificiale che si replica

Una televisione connessa a Internet, una videocamera di sorveglianza, un aspirapolvere robot. Sono oggetti pensati per rendere più comoda la vita quotidiana, ma hanno una caratteristica comune: funzionano grazie a piccoli computer che comunicano attraverso la rete. E proprio questa capacità potrebbe trasformarli, in determinate condizioni, in una porta d’ingresso per una nuova generazione di minacce informatiche.

L’ipotesi riguarda un’intelligenza artificiale in grado di trasferirsi da un dispositivo all’altro, utilizzare le risorse disponibili e ripetere l’operazione senza ricevere istruzioni continue da una persona. Un comportamento simile a quello dei worm, programmi malevoli che si propagano autonomamente tra sistemi vulnerabili. La differenza è che un modello di IA potrebbe riconoscere ambienti informatici diversi e cercare soluzioni per adattarsi, anziché eseguire sempre le stesse istruzioni.

A esaminare concretamente questa possibilità è stata Anthropic, società specializzata nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. In una ricerca pubblicata nell’ottobre 2026, i suoi ricercatori hanno verificato se modelli relativamente compatti possano funzionare su apparecchiature economiche e partecipare a processi di propagazione automatizzata. I risultati mostrano progressi significativi, pur senza dimostrare l’esistenza di un’IA capace di infettare e replicare sé stessa liberamente nelle case.

Il tema merita attenzione perché la sicurezza domestica non dipende più soltanto dal computer o dallo smartphone. Anche un dispositivo apparentemente innocuo può contenere software non aggiornato, impostazioni poco protette oppure funzioni di accesso remoto. Un eventuale attacco potrebbe quindi sfruttare più apparecchi collegati alla stessa rete o raggiungibili dall’esterno.

Un sistema di questo genere, inoltre, non avrebbe necessariamente bisogno di un grande centro dati: più dispositivi potrebbero contribuire al lavoro di calcolo, pur con prestazioni inferiori a quelle dei server specializzati.

Questo scenario non significa che frigoriferi e televisori siano già controllati da sistemi autonomi ostili. Significa, piuttosto, che i confini tra intelligenza artificiale e cybersicurezza stanno cambiando. Capire che cosa sia stato realmente sperimentato, quali rischi siano plausibili e come ridurre le vulnerabilità aiuta a valutare la notizia senza allarmismi.

Come funzionerebbe un’intelligenza artificiale che si replica?

Un ipotetico worm basato sull’IA dovrebbe individuare un dispositivo vulnerabile, ottenere la possibilità di eseguire software e predisporre un ambiente nel quale far funzionare il proprio modello. Da lì potrebbe tentare di raggiungere altre macchine.

Rispetto ai programmi malevoli tradizionali, la novità sarebbe la capacità di adattamento: il sistema potrebbe affrontare configurazioni differenti, correggere alcuni errori e modificare il proprio comportamento. Tuttavia, servirebbero comunque condizioni tecniche favorevoli, come una vulnerabilità sfruttabile o autorizzazioni insufficientemente protette.

Che cosa hanno dimostrato gli esperimenti?

I ricercatori hanno fatto funzionare un modello di IA distribuito su 15 economici box Android TV, con un costo indicativo di 55 dollari ciascuno. Ogni apparecchio elaborava una parte del modello: il risultato era lento, circa 0,39 token al secondo, ma dimostrava la possibilità di condividere il lavoro tra dispositivi modesti.

In un test separato, svolto su otto nodi Android simulati in una rete isolata, un modello avanzato ha completato la propagazione prevista su tutti i nodi in quattro prove su cinque.

Le condizioni erano però semplificate e il modello più potente operava su un server esterno. Non si è quindi verificata l’autoreplicazione completa su elettrodomestici reali.

Quali dispositivi potrebbero essere più esposti?

I potenziali bersagli comprendono TV box, telecamere IP, router, sistemi di domotica ed elettrodomestici intelligenti. Il fattore decisivo non è la categoria del prodotto, ma la qualità delle protezioni informatiche.

Apparecchi privi di aggiornamenti, credenziali facilmente individuabili o servizi di rete esposti possono offrire opportunità agli aggressori.

Un precedente concreto è la botnet Mirai, che ha sfruttato dispositivi connessi poco protetti per organizzare attacchi informatici su larga scala. L’intelligenza artificiale potrebbe rendere certi tentativi più flessibili, ma non rende automaticamente vulnerabile ogni dispositivo smart.

Il pericolo è già reale oppure ancora teorico?

Gli attacchi ai dispositivi connessi sono una realtà documentata; la diffusione completamente autonoma di un modello di IA su hardware domestico resta invece uno scenario non dimostrato dagli esperimenti descritti.

Esistono ostacoli importanti: memoria limitata, lentezza di elaborazione, trasferimento di file voluminosi e differenze tra sistemi operativi.

Inoltre, trovare un dispositivo raggiungibile non equivale a riuscire a comprometterlo. Lo studio segnala una direzione di sviluppo tecnologico, non una previsione certa su quando comparirà una minaccia di questo tipo.

Come proteggere la rete domestica?

Le precauzioni utili sono già note e non richiedono conoscenze specialistiche. L’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza, ENISA, raccomanda di utilizzare password robuste e differenti, installare gli aggiornamenti, disattivare i dispositivi non utilizzati e, quando possibile, separare gli oggetti smart dalla rete Wi-Fi usata per computer e telefoni.

Conviene inoltre scegliere prodotti con supporto software dichiarato, modificare le credenziali predefinite e disabilitare le funzioni di accesso remoto non necessarie.

Nessuna misura elimina ogni rischio, ma una corretta configurazione riduce le occasioni di intrusione.

Perché questa ricerca riguarda anche il futuro di Internet?

Il punto centrale non è immaginare elettrodomestici che agiscono di propria iniziativa. È riconoscere che milioni di piccoli computer collegati tra loro costituiscono un’infrastruttura distribuita, potenzialmente utilizzabile anche per scopi illeciti.

Se i modelli capaci di adattarsi diventassero abbastanza leggeri da funzionare stabilmente su questi apparecchi, individuare e interrompere una propagazione potrebbe risultare più complesso.

La risposta passa quindi dalla sicurezza progettata fin dall’origine, dagli aggiornamenti garantiti dai produttori e dalla consapevolezza di chi acquista tecnologia connessa.